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Il
Regno Sabaudo emana nel
1848 la
prima legge organica di riforma degli studi superiori (detta legge
Boncompagni), di indirizzo centralistico e laicistico. La legge
prevede un controllo governativo delle
scuole
di ogni ordine e grado, sia statali sia libere, attraverso il
Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, cui competono gli
ordinamento degli studi, i piani didattici, l'approvazione dei
programmi dei corsi e dei libri e dei trattati adottati. La legge
elimina anche il nulla osta vescovile per la nomina dei professori.
Con la legge
22
giugno
1857 e con il successivo regolamento furono aboliti i consigli
universitari e i loro compiti affidati ai rettori e, per le parti di
competenza, ai consigli di facoltà.
Allo scopo di centralizzare e uniformare le
varie realtà del regno in via di formazione, con il Regio Decreto n.
3725 del
13 novembre
1859 (Legge
Casati) e relativo regolamento venne rinnovata profondamente tutta
la materia della pubblica istruzione. Viene introdotta
l'obbligatorietà e la gratuità scolastica per i primi due anni per
maschi e femmine. Per l'università, si introduce la nomina regia per i
docenti ordinari, straordinari e i membri delle commissioni che devono
esaminarli. Le legge istituì a Milano un istituto tecnico superiore
(il futuro
Politecnico), che conferiva i diplomi di ingegnere agronomo e
meccanico. La legge Casati, variamente integrata ed emendata,
costituirà l'orientamento dell'istruzione del
Regno d'Italia sino alla riforma di
Giovanni Gentile del
1923.
Dal
1860 al
1861 è
Ministro dell'Istruzione
Terenzio Mamiani.
Con l'aumentare degli stati annessi al
Regno di Sardegna nel processo di unificazione nazionale aumentava
anche il numero di università. L'annessione di gran parte dello
Stato Pontificio apportò al Regno le università di Bologna,
Ferrara, Urbino, Perugia, Macerata e Camerino. Università molto
diverse tra loro per potenzialità e mezzi fatto che indusse molti a
chiedere la soppressione di quelle minori accusate di poca serietà e
di fare concorrenza alle più importanti con il ribasso delle tasse.
Giosuè Carducci, Gobetti ed altri ancora si espressero in questo
senso. In particolare, il senatore e professore di fisica dell'Università
di Pisa
Carlo Matteucci, aveva avuto la fortuna di conoscere a
Parigi
Humboldt, affermò: «poche università...., ma buone!!», intendendo
esprimere la preoccupazione di mantenere allo Stato grandi istituti
scientifici di importanza nazionale senza disperdere nelle autonomie
l'istruzione superiore. In un suo disegno di legge, presentato al
Senato 1861,
individuava nell'eccesso degli istituti, «creati in ogni Stato della
penisola in concorrenza gli uni con gli altri, con la conseguente
dispersione degli uomini migliori, e nella ricerca di originalità
nelle forme di organizzazione, il difetto principale delle istituzioni
universitarie italiane e propone di costituire pochi e completi centri
di studi superiori, gli unici abilitati a rilasciare le lauree, nei
quali si raccogliessero i docenti più affermati, le collezioni più
ricche e le migliori dotazioni per la ricerca e le applicazioni
pratiche.
Nel
1861,
alla proclamazione del Regno d'Italia, sotto il governo
Cavour,
Francesco De Sanctis diventa il primo Ministro della Pubblica
Istruzione dell'Italia unita, carica che manterrà anche sotto il
governo
Ricasoli fino al
1862. De
Sanctis presentò al Senato, nel
1862, una
proposta di legge sull'istituzione di scuole «normali» per la
prepararazione dei docenti di ginnasi e licei. Egli si ispirava ad
esempi come l'École
normale di
Parigi,
i liberi seminari in Germania, il "seminario filologico" di Pavia e la
Scuola Normale Superiore di
Pisa. Il
progetto, di soli cinque articoli, proponeva l'istituzione presso
alcune università di scuole normali superiori, in cui l'insegnamento
sarebbe stato affidato, con una piccola indennità aggiuntiva, agli
stessi docenti universitari.
Nel
1862
Carlo Matteucci viene nominato Ministro della Pubblica Istruzione,
incarico che manterrà fino al
8
dicembre dello stesso anno. Nel
1862, la
legge predisposta da Matteucci e dal matematico
Francesco Brioschi, suo collaboratore, stabilì che la direzione
amministrativa e disciplinare fossero affidate al Consiglio
accademico, organismo collegiale composto dal rettore e dai presidi
delle facoltà. Si divisero inoltre le università italiane in due
categorie, con una sensibile differenza nel trattamento economico dei
professori, più elevati ai professori delle università di primo ordine
e più modesti nelle altre. Gli insegnamenti rimasero però uguali, così
come le tasse dovute dagli studenti.
Il
1868
assume la carica di Ministro della Pubblica Istruzione sotto il
Gabinetto di
Luigi Menabrea,
Emilio Broglio, che la ricoprirà fino al
1869.
Broglio emana un nuovo "Regolamento universitario" tendente ad
armonizzare quello di Brioschi e Matteucci con lo spirito della legge
Casati. In esso, le facoltà, pur essendo suscitatrici di libera
cultura, dovevano altresì provvedere ai fini professionali.
Nel
1872
vengono soppresse le facoltà di
Teologia delle Università del Regno. Questo fatto, oltre a vari
episodi come la destituzione di professori che si rifiutarono di
giurare fedeltà al re ed allo Stato italiano culminati il
12
marzo
1876 con la chiusura dell'università di
Palazzo Altemps a Roma, costituita dai professori che avevano
rifiutato il giuramento di fedeltà al re, costituisce la base delle
spinte per la fondazione di un'università cattolica, che si vedranno
concretizzate solo nel
1921 con
l'inaugurazione dell'Università
Cattolica di
Milano
e poi nel
1924 dell'Università
Cattolica del Sacro Cuore.
Il
1873
diventa ministro
Ruggero Bonghi che rimarrà in carica fino al
1876. Il
25
marzo
1876 il ministro
Michele Coppino succede a Bonghi, rimanendo in carica fino alla
fine del 1877.
Nel
1873,
diverse scuole veterinarie del Regno d'Italia furono autorizzate a
rilasciare la laurea in
Zooiatria, che fino a quel momento era prerogativa esclusiva della
Scuola veterinaria di
Parma.
Al tempo, la zooiatria e la
zootecnica erano considerate attività strategiche per gli stati,
oltre che per le necessità delle attività agricole e di allevamento,
soprattutto per gli usi militari della
cavalleria.
Con decreto del
21 gennaio
1874,
vengono create "Scuole Normali" presso le università di Napoli, Roma,
Padova e Torino.
Nel gennaio
1881,
dopo ripetute richieste, entra nel governo come ministro della
Pubblica Istruzione il medico
Guido Baccelli, che ricoprirà il mandato fino al
1884, poi
nuovamente dal
1893 al
1896 e
infine tra il
1898 e il
1900.
Nel
1888
diventa ministro
Paolo Boselli che rimarrà in carica fino al
1891. Gli
succede
Pasquale Villari, in carica fino al
1892.
Dall'inizio del
Novecento, con la diffusione del movimento
socialista si creò in Italia una fitta rete di "Università
popolari". Queste avevano lo scopo di diffondere l'istruzione e la
cultura a livello popolare, agendo come elementi di stimolo per una
piena cittadinanza politica e culturale. Per quanto non riconosciute
ufficialmente come istituti di istruzione, le università popolari
rappresentavano, in un certo senso, il ritorno alle origini della
cultura universitaria. L'avvento del fascismo ne decretò la chiusura.
Il
15
giugno
1920
Benedetto Croce viene nominato Ministro della Pubblica Istruzione,
carica che manterrà fino al
1921.
Nel
1923,
sotto la guida del ministro
Giovanni Gentile viene varata una riforma dell'Università. La
riforma si imperniava sul liceo classico come scuola "principale", che
dava accesso a tutte le facoltà universitarie. Il ginnasio era
concepito come la via da percorrere, dopo gli
studi elementari, da parte delle future classi dirigenti. Il
ginnasio infatti preparava a tutti i gradi di
istruzione secondaria, tra i quali primeggiava, il liceo classico,
che, fornendo la più ampia cultura generale, era l'unico che
permetteva l'accesso a tutte le facoltà universitarie. Il decreto
Gentile, prevede inoltre l'esistenza di università libere, vincolando
il riconoscimento giuridico e il valore legale dei titoli di studio
all'adeguamento degli ordinamenti al disposto della stessa legge. Tra
queste vi erano Perugia, Urbino, Camerino e Ferrara.
Sempre nel
1923,
viene costituito il
Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR); per la prima volta,
l'Italia ha un ente di coordinamento e promozione della ricerca su
scala nazionale parallelo alle università. Il primo presidente è il
matematico
Vito Volterra.
Nell'anno accademico
1931/32
gli studenti iscritti alle università italiane erano 47.614.
Nel
1931
viene imposto ai professori universitari il
Giuramento di fedeltà al Fascismo. Sotto ricatto, su oltre
milleduecento accademici, soltanto dodici opposero un rifiuto. Furono
Ernesto Buonaiuti,
Marco Carrara,
Fabio Luzzatto,
Francesco Ruffini,
Edoardo Ruffini,
Giorgio Levi Della Vida,
Gaetano De Sanctis,
Vito Volterra,
Bartolo Nigrisoli,
Lionello Venturi,
Giorgio Errera e
Piero Martinetti, che furono esclusi dall'insegnamento
universitario. A questi va aggiunto
Giuseppe Antonio Borgese che al momento dell'imposizione del
giuramento era negli Stati Uniti dove decise di rimanere rinunziando
alla cattedra di Estetica presso l'Università di Milano.
Nel
1935, gli
istituti superiori di
agricoltura, fino ad allora dipendenti dal Ministero
dell'agricoltura e delle foreste, passarono al Ministero della
pubblica istruzione e divennero facoltà universitarie di
Agraria.
Nel
1938, a
causa delle
leggi razziali, numerosi professori, assistenti e studenti furono
esclusi dall'Università in quanto
ebrei.
L'Italia perse alcune delle sua menti più brillanti, come
Emilio Segré,
Enrico Fermi,
Giuseppe Levi,
Salvador Luria,
Silvano Arieti,
Bruno Rossi e
Franco Rasetti, costretti a lasciare il paese.
Nell'anno accademico
1941/42
gli studenti iscritti alle università italiane erano 145793; le donne
non superavano il 15-20% del totale.
Nel dopoguerra, gli atenei riprendono
lentamente la loro normale attività, conservando tuttavia, il rigido
ordinamento imposto dal fascismo. Il diritto all'autonomia
universitaria viene previsto dall'art.
33 della Costituzione dove è riconosciuto alle istituzioni di alta
cultura, università e accademie, il diritto di darsi ordinamenti
autonomi. In realtà, soltanto nel clima dei governi di centro-sinistra
agli inizi degli anni ’60 viene elaborato un piano organico di
riforma, il progetto Maranini-Miglio, che verrà attuato nel
1969. Per
l'autonomia, occorrerà invece attendere gli anni '90.
Nell'anno accademico
1951/52,
gli studenti iscritti alle università italiane erano 226.543.
In Italia, nel
1967
appaiono i primi episodi di rivolta studentesca con l'occupazione
dell'Università
Cattolica di
Milano,
nata peraltro da motivi pratici, in particolare dall'aumento delle
tasse di iscrizione deliberato in estate dal senato accademico. L'anno
successivo il movimento degli studenti, allargatosi alle
Università di Stato, coinvolse anche le scuole secondarie. Tra le
rivendicazioni, si trova un decisa critica ai vecchi organi di
rappresentanza degli studenti.
Sotto la spinta della contestazione
studentesca, con il decreto del presidente della Repubblica n. 1236
del
31 ottobre
1969,
viene varata la prima grande riforma universitaria del secondo
dopoguerra, che, in particolare, liberalizzava gli accessi eliminando
il vincolo imposto da Gentile sul passaggio attraverso i liceo
classico.
Con la Legge n. 168 del
9
maggio
1989, viene creato il creato il Ministero dell'università e della
ricerca scientifica e tecnologica (MURST), separando così l'attività
delle università da quella delle istituzioni di istruzione
preparatoria, primaria e secondaria.
Nell'anno accademico
1991/92,
gli studenti iscritti alle università italiane erano 1.474.719.
Verso la fine degli anni '90, un forte impulso
alla trasformazione dell'università in "senso europeo" (per quanto il
termine sia stato usato in sensi molto spesso contrapposti), viene
dato dalla riforma che introduce l'autonomia degli atenei. La riforma
rimodella anche i corsi di studio, introducendo la cosiddetta formula
del 3+2, basata sul modello angloamericano (legge 15 maggio 1997, n.
127, attuata con decreto del Ministro dell'università e della ricerca
scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509).
L'autonomia didattica introdotta consente ai singoli atenei e agli
organi collegiali di stabilire:
-
la denominazione e gli obiettivi formativi
caratterizzanti i corsi di studio;
-
i criteri d'accesso (accesso libero, numero
programmato, accertamento delle competenze iniziali vincolante o
orientativo);
-
la tipologia delle attività formative e il
corrispondente numero di
Crediti Formativi Universitari (già sperimentati per i programmi
di scambio
Socrates/Erasmus con il progetto "ECTS", European credit
transfer system);
-
l'individuazione di forme alternative di
didattica, come quelle a distanza;
-
la modalità di svolgimento di attività
curriculari di tipo professionalizzante (laboratori, tirocini
interni, stages etc.);
-
le modalità della prova finale per conseguire
il titolo di studio.
La riforma si proprone di garantire la libertà
a ogni singolo ateneo di costruire percorsi di studio adeguati alle
esigenze della locale realtà economica e sociale. In ogni caso, i
percorsi di studio progettati delle singole università devono
rispettare alcuni criteri generali in termini di obiettivi da
raggiungere e di aspetti generali delle attività formative, definiti a
livello nazionale. Per tal motivo sono state introdotte, con
successivi decreti ministeriali, le cosiddette classi (42 di laurea,
104 di laurea specialistica, 4 di laurea e 4 di laurea specialistica
per le professioni sanitarie, 1 di laurea ed 1 di laurea specialistica
per la formazione di ufficiali militari). Per ogni classe sono
definiti gli obiettivi formativi qualificanti, comuni a tutti i corsi
di studio attivati dagli atenei in riferimento alla medesima classe, e
i titoli di studio afferenti alla medesima classe hanno identico
valore legale (il valore legale non va confuso con il valore
abilitante; alcune lauree sono infatti direttamente abilitanti – non
necessitano cioè del previo superamento di apposito esame di Stato
atto ad accertare l'idoneità professionale – a determinate e
specifiche professioni sanitarie, e parimenti ai sensi della legge 53/2003
possono essere attivati, in convenzione con il Ministero, corsi di
laurea a numero chiuso abilitanti all'insegnamento secondario).
Sotto il
governo
D'Alema, la struttura organizzativa della ricerca scientifica e
dell'istruzione superiore si rinnova e, con il d.lgs. 30
luglio
1999, n.
300, il Ministero della pubblica istruzione (MPI) e il Ministero
dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica (MURST) si
riunificano nel Ministero dell'istruzione, dell'università e della
ricerca (MIUR). Riunificazione che entrò in vigore con il secondo
governo
Berlusconi, formatosi nel
2001. |